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Itinerari Viaggi in Moto Islanda

3363 km in otto giorni circa, 1000 km di off-road

L’Islanda è sicuramente una delle mete più ambite come itinerario motociclistico: le sue bellezze naturali, l’urbanizzazione e la densità abitativa modeste, ne fanno una meta ideale per chi, come me (Marco Degan detto Briscolman), non ama la confusione delle grandi città e preferisce un viaggio all’insegna dell’avventura e delle bellezze paesaggistiche.

Il compagno di viaggio è stato quello di sempre: in questo tipo di avventura ci vuole fiducia incondizionata, e bisogna avere in comune sarcasmo, una piccola dose di pazzia, pazienza e senso pratico. Quindi non potevo scegliere miglior compagno di squadra, di vita e di viaggio che Andrea Pighetti, anche lui pilota del Campionato Italiano Motorally in forza al Moto Club della Futa.

La preparazione del viaggio

Il viaggio è stato pianificato in circa tre mesi da dicembre 2016 a febbraio 2017 e abbiamo vagliato tutte le possibili soluzioni: nave-traghetto da Danimarca andata e ritorno; spedizione della moto e arrivo in aereo con ritorno in nave; arrivo in moto su nave e spedizione della moto per il ritorno con nostro rientro in aereo; arrivo e ritorno in aereo e noleggio della moto in loco.

Entrambi avevamo poco tempo a disposizione per la vacanza: 9 giorni. Questo aspetto è stato preponderante nella decisione di noleggiare le moto in Islanda.

La differenza economica tra noleggiare la moto e spedirla era irrisoria, considerando i prezzi proibitivi dei noleggi islandesi. Ma tenendo conto dell’uso gravoso che avremmo fatto della moto, e del tempo e dei soldi risparmiati evitando di preparare le nostre moto, abbiamo scelto questa opzione.

Con il senno di poi abbiamo sbagliato la scelta del noleggiatore: in Islanda anche attualmente, secondo le mie ricerche recenti, ci sono due imprese di noleggio: una fa capo a una famosa concessionaria di Reykjavík (se potete evitatela). L’altra è meno famosa, più difficile da trovare e con meno scelta di moto. Ma con una buona pianificazione, si possono trovare moto a un prezzo più basso e magari manutenute meglio.

Al Motor Bike Expo di Verona (a gennaio 2017) ci siamo informati sui vari tour operator che propongono itinerari nella terra dei ghiacci: ce ne sono. Noi alla fine abbiamo deciso di programmare il viaggio completamente da soli, un po’ per risparmiare, ma anche per quel senso di avventura che l’ignoto rappresenta.

Dopo aver acquistato le principali guide cartacee su questa meravigliosa isola, siamo arrivati a mettere in mappa i principali punti di interesse.

E dopo poche settimane eravamo arrivati a questo itinerario, come in un “unisci i puntini” della settimana enigmistica.

Chi conosce l’Islanda, o si è informato sui vari itinerari possibili e pubblicizzati, sa che in 8 giorni di moto l’itinerario da noi scelto (e poi affrontato) è quantomeno ambizioso.

Il periodo di viaggio è stato scelto per esigenze lavorative. Potendo scegliere liberamente, il periodo migliore per godersi quelle latitudini è maggio-luglio: noi ci siamo andati dalla prima alla terza settimana di agosto, 9 giorni e mezzo di cui 8 giorni di moto.

Temperature e clima in Islanda

In Islanda c’è un clima particolare: la Corrente del Golfo va a sbatterci contro rendendola abitabile. Pensate che nonostante la latitudine anche d’inverno le minime a Reykjavík vanno di poco sotto lo zero.

In estate la temperatura di media è sui 10-12 gradi, ci sono punte di 16 gradi ma non abbiamo mai avuto troppo caldo, a parte nel deserto. Esatto: nel centro dell’Islanda c’è un vero e proprio deserto privo di vegetazione e ricco di sabbia nera, un ricordo delle centinaia di eruzioni vulcaniche che hanno interessato e interessano tuttora l’isola. Da tenere in considerazione è anche il vento: il primo giorno abbiamo preso un vento incredibile e io che ho passato l’infanzia in barca vi posso assicurare che un vento del genere non l’ho mai sentito. Le bici cadevano dopo poche pedalate, le auto venivano spostate e noi abbiamo rischiato di cadere più volte.

In estate il giorno è lunghissimo: viene buio verso le 22.30-23.00, cosa che permette di osare con i chilometri di tappa.

Noi forse abbiamo un po’ esagerato.

Per questo è importante utilizzare due risorse online: www.road.is (è il sito del loro gestore delle strade) e l’App di www.safetravel.is. Questa seconda è l’applicazione del loro sistema di soccorso (e del 112 europeo): con un tasto poi segnalare la tua posizione e chiamare aiuto. Su entrambi ci sono le condizioni e lo stato di tutte le strade, con informazioni meteorologiche che sono davvero utili.

Islanda in Moto Prezzi

Andare in aereo è sicuramente molto comodo con WoW Air. Unico problema è il peso della valigia: starci dentro con tutto l’abbigliamento, le protezioni e il necessario per essere quasi del tutto autosufficienti è dura e il costo delle valigie extra è importante. Abbiamo quindi lasciato a casa la tenda e preso a noleggio alcune cose da campeggio all’Iceland Camping Equipment Rental.

Il campeggio libero è quasi sempre vietato e noi ci siamo attrezzati su booking già da febbraio per prenotare tutte le strutture per ogni notte: l’offerta di alloggio è scarsa ma dopo medie di 400 km al giorno a 11 gradi, volevamo avere la certezza di dormire in un letto e avere a disposizione un bagno.

Dimenticate le comodità dei nostri alberghi: vi sognerete il vostro albergatore romagnolo che vi coccola.

In Islanda nonostante prezzi astronomici dormirete in camere al limite della decenza, con bagni in comune. Se volete risparmiare c’è la formula Sleeping Bag, che vi permette di dormire in casa di qualcuno portandovi il vostro sacco a pelo e il cuscino.

L’Islanda è sicuramente il Paese più caro che io abbia mai visitato: è importante portarsi tutto il necessario per poter mangiare in autonomia.

È stato fondamentale portare dall’Italia delle razioni Kappa: in questo modo siamo riusciti a risparmiare notevolmente. In pizzeria si può spendere fino a 50 euro a testa, a colazione non meno di 10.

Attrezzatevi!

Il viaggio prima parte da Reykjavík a Blönduós passando dai fiordi occidentali 1180 km in due giorni.

Siamo arrivati all’aeroporto internazionale di Reykjavík all’una di notte. Le alternative erano poche: spendere una follia tra albergo e taxi o dormire in aeroporto. Ovviamente abbiamo optato per la seconda. Purtroppo le guardie giurate islandesi non sono troppo simpatiche e ti svegliano ogni 2 ore.

Arrivati al noleggio abbiamo visto per la prima volta le nostre due BMW F700 GS. Un problema con la carta di credito (risolto dal noleggiatore) ci ha impedito di contrattare il cambio gomme: risultavano già finite prima di partire e completamente stradali con 1000 chilometri di sterrato da fare al circolo polare artico. Bene ma non benissimo.

Partiamo verso i fiordi dell’ovest quasi all’ora di pranzo. Dobbiamo recuperare un sacco di tempo, quindi la sosta prevista a una cascata Glymur Waterfall salta e puntiamo direttamente al vulcano Snæfellsjökull.

L’incubo: La prima tappa è solo 607 km da Reykjavík a Flókalundur.

Percorrendo la prima rotonda all’uscita di Reykjavík, entrambi rischiamo la vita: tutte e due le moto hanno le gomme “quadrate” e appena curvi lo scalino della gomma ti fa sobbalzare.

Dobbiamo diminuire la velocità e arrotondarle lentamente, come erano in origine.

Ci fermiamo a mangiare in una stazione di servizio e parte l’equivalente di una cena di pesce italiana. Inoltre il vento si fa sempre più forte fino, a essere pericoloso.

Per fortuna è abbastanza teso, non a raffiche: è più facile da gestire piegando la moto controvento.

Cominciamo a familiarizzare con alcuni simboli stradali e mentre vediamo biciclette cadere e auto sbandare davanti a noi, capiamo che il restringimento della carreggiata è un grosso problema con quel tipo di vento.

La combinazione vento più restringimento della carreggiata più camion controvento nella corsia opposta, poi, si può rivelare decisamente letale.

Non ci stiamo divertendo: abbiamo freddo (molto freddo), siamo in pericolo, dobbiamo andare oltre i 100 all’ora per restare diritti ma in realtà siamo piegati come in uno svincolo autostradale. Oltretutto non possiamo sostare più di tanto a causa della distanza dal nostro ostello prenotato per la sera.

Dopo 240 km arriviamo al vulcano Snæfellsjökull, da dove parte la storia del romanzo Viaggio al centro della Terra” di Jules Verne.

Vediamo la prima strada sterrata che sale sul vulcano. Nonostante il vento e il freddo (ci siamo già messi anche l’antipioggia per proteggerci di più), arriviamo a metà. Poi ci rendiamo conto che la montagna è completamente avvolta dalle nuvole e ci fermiamo per fare foto. Nell’invertire la marcia una follata di vento fa cadere Andrea come una pedina.

Stiamo veramente tutti e due male tra freddo, rombo del vento, fuso orario, stanchezza, ecc…

Il vulcano è su una lingua di terra che forma due golfi, quasi una penisola nell’isola; appena passato il capo più estremo, il vento sparisce come per magia. Il suo rumore rimarrà nelle nostre teste per ore.

Come comparso dal nulla e per premio fa capolino dalle nuvole, cosa abbastanza rara, la cima del Vulcano Snæfellsjökull, mentre noi ci facciamo un giro a piedi sulla spiaggia per riprenderci.

Prossima tappa Kirkjufell Mountain, il monte più iconico di tutta l’isola con la sua strana forma.

Rifornimenti benzina: soprattutto nei fiordi e nel deserto pianificare i rifornimenti benzina, prima di partire.

In Islanda la navigazione è abbastanza facile, vista la carenza di centri abitati e strade.

Funziona abbastanza bene anche google street view, quindi è stato facile redigere da casa un road book per ogni giornata di viaggio in moto, l’unica cosa a cui stare attenti è il deserto: lì maps funziona solo nelle vie principali.

È quindi opportuno usare basecamp o altri software per tracciare e avere un’idea delle distanze, cosa che noi non abbiamo fatto e infatti ci siamo ritrovati il quinto giorno alle otto di sera con oltre 100 km ancora da fare (di sterrato). Non abbiamo mai usato il navigatore, tranne che nelle città.

Le strade Islandesi sono bellissime: perfette come asfalto e perfette quando sono sterrate. Non ci sono alberi e sono quasi del tutto completamente a vista, ci sono tantissime curve ma sono ad ampio raggio, il limite di velocità è 90 km/h su asfalto, 80 km/h su sterrato, 50 km/h in città.

A velocità codice per la maggior parte delle strade, visto il raggio delle curve e la visuale, i freni non si usano.

Considerato il nostro itinerario non troppo turistico (il turismo vero si concentra a sud est di Reykjavík), abbiamo tenuto un’andatura leggermente sopra ai 100 km/h per evitare di addormentarci. Anche se sarebbe stato difficile, considerando la bellezza dei paesaggi che ci circondavano.

Il problema vero è il freddo: ci sono 12 gradi, a volte ti impegni magari in un pezzo sterrato (il loro sterrato medio tiene come asfalto, è incredibile), ma per il resto vai a una velocità autostradale e quindi il freddo percepito aumenta di molto.

Dopo una sosta benzina Stykkishólmur, prendiamo la strada 60 (quella dei fiordi ovest) e arriviamo finalmente alla meta vicino a Flókalundur. Sono più di 600 km in una terra meravigliosa, senza aver dormito un granché, con il fuso orario di meno due ore, avendo patito freddo e fame. Il letto è una visione celestiale.

Il secondo giorno, i fiordi dell’Ovest da Flókalundur a Blönduós 573 km

Il secondo giorno inizia con i postumi del giorno precedente, tra febbre e male al collo (che ha contrastato il vento per oltre 250 km).

È uno dei giorni più belli: quello che abbiamo passato attraversando i fiordi in altri 600 km di curve costiere. Abbiamo visto per la prima volta le foche e alla fine abbiamo odiato vedere l’uscita dall’altro capo del fiordo: la strada che avresti ritrovato solo dopo almeno 40 km.

Prima tappa alla Rauðisandur Beach con una bella discesa sterrata sul mare (dove la cautela è d’obbligo), per poi passare dal relitto di Garðar BA 64, proseguendo la strada 63 fino alla 60, e poi verso nord per la cascata di Dynjandi.

La strada 60 diventa 61 e si comincia con piccoli grandi e infiniti fiordi, che si susseguono in una overdose di paesaggi mai monotoni e di una bellezza disarmante.

Alle 3 del pomeriggio con ancora 300 km da fare, la stanchezza comincia a farsi sentire e selezioniamo sul nostro computer mentale la “mappa Islanda”: si alza l’andatura, si fanno poche foto e si cerca di fare più chilometri possibili senza fermarsi.

La sosta obbligata è per fare benzina a Reykjanes, dove una fantastica piscina all’aperto con acqua calda si staglia sul panorama del ghiacciaio Drangajökull.

L’ultimo fiordo porta all’incrocio della strada più famosa, la 1 (su questa strada è meglio controllare l’andatura), e finalmente verso le 20 arriviamo alla nostra meta: Blönduós.

Domani sarà il giorno delle balene e della pesca.

Il viaggio seconda parte da Blönduós a Skjöldólfsstadaskóli 

Terzo giorno da Blönduós a Storutjarnir 270 km

 Ci svegliamo presto perché oggi è un giorno speciale: per la prima volta probabilmente vedremo le Balene.

Il nostro itinerario è di (pseudo) riposo, solo 270 km. La costa nord dell’Islanda è bella ma non bellissima (almeno la parte tra Sauðárkrókur Dalvik), abbiamo affrontato le prime gallerie viste in Islanda e siamo arrivati all’Artic Sea Tours Whale Watching .

Dopo 1300 km quasi completamente soli, entrare in un “barcone” pieno di turisti, stile “gita alle piattaforme ENI di Rimini” è molto strano.

Qui ci sono due opzioni, per vedere le balene: barcone con 40-50 persone, oppure gommone stile “Top Gun” con 12 posti. I prezzi sono astronomici in entrambi i casi ma, con circa 80 euro a testa, secondo me il barcone è la scelta migliore.

Mentre mi innamoro del nostromo, una scattante bionda tuttofare, incontro una signora canadese che mi racconterà della sua giovinezza universitaria a Bologna e della sua vita internazionale tra Ucraina, Germania, Canada. Scopro anche che a Toronto d’estate è più umido che a Bologna, cosa che mi risulta difficile immaginare.

La gita dura circa quattro ore e mezza e ci porterà fuori dal fiordo di Dalvik, dove le Balene si dovrebbero fermare per uno spuntino.

Abbiamo fortuna, siamo ancora dentro al fiordo e vediamo il classico respiro stile eruzione vulcanica: è un gruppo di megattere, l’emozione è fortissima. Sono già felice ma il capitano punta a tutta birra sul gruppo come dovesse speronarle. Un gommone, molto più veloce, ci arriva da dietro velocissimo e pieno di ricchi cinesi con le loro macchine fotografiche; le balene non sembrano troppo infastidite, si spostano con calma e pazienza. Sempre meglio che finire mangiate, come del resto accade ancora da queste parti. La magia e stupore per la  bellezza e l’imponenza di questi cetacei contrastano con la scena grottesca di 60-70 persone (tra barcone e gommone) che girano con le loro barchette a tutta velocità, facendo una gran confusione, per avere 3-4 foto di un monumento della natura (natura che peraltro noi in generale stiamo distruggendo in tutte le sue forme).

Al ritorno verso il porto, il nostromo chiede chi vuole pescare e comunica che il pescato verrà mangiato in porto.

Dopo due giorni di razioni Kappa, mangiare pesce fresco non ci pare vero, prendiamo subito le canne e ci mettiamo all’opera. Il nostromo ci dice che non ci sono esche vive, usiamo esche artificiali tipo da traina, ma la barca è ferma. Quindi dobbiamo arrivare sul fondo del fiordo con l’esca a una trentina di metri di profondità, alzare di circa 1 m e poi muovere verticalmente la canna in alto e in basso.

Dopo 10 minuti avevamo due merluzzi da quasi un chilogrammo ciascuno. Peccato che tutta la barca ne aveva presi cinque compresi i nostri due: cinque pesci… per quaranta persone. Bene ma non benissimo.

Il nostromo (la bionda) ha poi pulito il pesce al volo con una rapidità pazzesca, non facciamo in tempo a sbarcare che i pesciolini sono già sulla griglia, come si dice: “ti voglio sposare” in islandese?

Finita la (mini) grigliata ci dirigiamo verso la cascata Goðafoss Waterfall. Non abbiamo ancora fatto la nostra cavolata quotidiana e neanche un metro di sterrato. Sul road book avevo un taglio sterrato: la strada 832. È praticamente un passo per evitare di costeggiare il fiordo. In quegli anni stavano costruendo il tunnel della strada 1, peccato che per farlo avessero chiuso alla fine la 832.

Faccio inversione, quando Andrea si acquatta come un Apache in vista della diligenza. Sono le 17, gli operai stanno smontando dal turno e se ne stanno andando a casa. Secondo lui, noi dovremmo andare in fuori pista giù per la collina, tra sassi ed erba, entrare nel fosso della nuova strada che stanno costruendo e risalire la massicciata sopraelevata di almeno un metro e ottanta dal piano di campagna con due moto con gomme stradali e la posteriore ormai slick e a pieno carico

Islanda moto enduro regole

In Islanda come in Italia è severamente vietato il fuori traccia con mezzi motorizzati, le strade sono sterrate e va bene, ma potete andare solo all’interno della traccia come succede per i nostri sentieri. C’è la possibilità anche di fare enduro con dei Tour Operator che fanno questa attività con moto specialistiche, sicuramente sanno dove portarvi per evitare problemi di qualunque tipo.

Ovviamente l’entusiasmo di fare la cavolata in due fa parte del viaggio stesso, quindi l’abbiamo fatta: siamo scesi per la collina e risaliti sulla nuova massicciata. Tutti contenti siamo usciti dal cantiere deserto e siamo arrivati a Goðafoss Waterfall, molto bella e molto turistica, che è proprio vicino alla strada 1.

Abbiamo poi dormito nei pressi della cascata, in una scuola adibita a ostello, perché in estate le strutture statali come questa vengono destinate a dormitori per i turisti, in questo caso con piscina.

Le piscine esterne con acqua calda sono molto diffuse in Islanda: ci sono fonti termali e di acqua calda ovunque, centrali geotermiche alimentano tutta l’isola e coprono il fabbisogno energetico dell’intera nazione. Portate il costume!

Cibo e stanze di ostelli e hotel: le costruzioni sono spesso in legno o pannelli sandwich. Gli islandesi sono molto attenti al rischio incendio, in ogni camera o quasi c’è il rilevatore di fumo, quindi state molto attenti: se cuocete in camera o fate bollire acqua calda, escludete il rilevatore (basta una calza) per poi ripristinarlo appena finito per salvaguardare la vostra sicurezza e quella degli altri.

Quarto giorno da Storutjarnir a Skjöldólfsstadaskóli 304 km

L’Islanda è una terra geologicamente giovane, una bambina, e lo si vede bene intorno a Hverfjall e al Lago Mývatn. Credo che per un geologo vederli sia come per un bambino di quattro anni essere a Disneyland.

Proseguendo per Krafla in crateri e pozze sulfuree ci dirigiamo verso est.

Quando ti sembra di aver visto tutto, l’Islanda ti sorprende nuovamente: è così per quanto riguarda le Selfoss e Hljóðaklettar.

Mancano pochi chilometri alla costa occidentale dell’isola e ci fermiamo per dormire sulla strada 1, qualche chilometro dopo il bivio dell’85.

L’indomani sarà “the Day”, così l’ho segnato anche sul road book corrispettivo: attraverseremo tutto il deserto da nord a sud. Ma non sulle strade sterrate più facili, abbiamo scelto invece quelle più complesse. In alcuni tour organizzati questo itinerario lo chiamano “all’inferno e ritorno”, e lo fanno in due giorni. Noi lo faremo in un un giorno solo, ma dopo quel giorno non saremo più gli stessi.

Mancano pochi chilometri alla costa occidentale dell’isola e ci fermiamo per dormire sulla strada 1, qualche chilometro dopo il bivio dell’85.

Il viaggio parte terza “Il deserto Islandese”

Quinto giorno da Skjöldólfsstadaskóli a Hrauneyjar 390 km

“Il giorno più lungo” c’è in ogni vacanza, in ogni storia, in ogni saga. Il nostro giorno cruciale è stato il 22 Agosto 2017, il D-DAY.

Siamo partiti all’alba per fare i primi chilometri verso l’ignoto del deserto islandese, sulle strade contrassegnate con le F*: la prima affrontata è l’F905 verso Möðrudalur.

Noleggio moto Islanda info: è espressamente vietato affrontare le strade contrassegnate con F con qualsiasi veicolo a noleggio a meno che non sia un tour organizzato dal noleggiatore.

A Möðrudalur ci sono le tipiche case con l’erba sopra il tetto, usata come coibentazione. È l’ultimo avamposto civile prima del deserto e c’è anche un benzinaio, la pompa è dentro al garage davanti alla tavola calda. Utilizziamo quasi tutte le nostre bottiglie di plastica (che in Islanda sono oro) per metterci dentro la benzina, lasciando nei cartoni tipo latte e nelle borracce l’acqua, ma ne abbiamo poca. Pessima idea.

Informazione importante sull’acqua: In Islanda, hanno una politica molto intelligente in merito alla plastica. La bottiglia di plastica di acqua costa tipo 9 euro, il water refill quasi niente.

Il deserto islandese ripercorre le varie fasi delle eruzioni vulcaniche e passa da sassoso, a sabbioso con sotto lava, poi la lava senza sabbia, poi la sabbia senza lava… in quasi nessuno di questi elementi avere una gomma quasi del tutto slick aiuta.

I guadi ce li aspettavamo (dai racconti) più importanti e problematici fin da subito: in realtà la maggior parte sono abbastanza facili. Certo che bisogna individuarli per tempo: questa cosa io non l’ho capita subito e difatti il primo l’ho visto all’ultimo secondo. Il risultato è stato essere bagnato come un pulcino fin dal principio di questa giornata infinita.

Il migliore navigatore del mondo? Un foglio bianco con scritto i tuoi sogni e come fare per fare arrivarci.

Askja era la nostra prima meta. Per arrivarci abbiamo dovuto affrontare 100 chilometri di deserto: ne è valsa la pena per ogni singolo centimetro del percorso.

I primi chilometri di deserto sono molto veloci. Al terzo guado, facciamo la prima cavolata del giorno: ci mettiamo gli stivali da pesca (portati dall’Italia) per ispezionare il guado stesso ma non ce li togliamo dopo l’attraversamento, pensando di trovarne un altro subito dopo.

In realtà non ci saranno quasi più guadi e se già avevamo poca protezione con gli stivali stradali (non abbiamo preso quelli da off road per risparmiare peso nelle valigie) con quelli da pesce siamo praticamente nudi.

La strada diventa tortuosa e il fondo cambia: dai sassi, siamo sopra alla lava. È un paesaggio incredibile attorno al Herðubreið che è il nostro riferimento.

Sopra alla lava si è depositata la sabbia, le curve sempre più incalzanti hanno anche reso la guida tecnicamente difficile: a centro curva le auto fuoristrada avevano scavato solchi e creato cumuli di sabbia, che con le moto con setting e gomme stradali non sono state prettamente amichevoli da affrontare. Il risultato è stato che Andrea è caduto più volte ma anch’io ho rischiato tanto. La scelta di tenere gli stivali di gomma ha dato i suoi frutti, infatti Andrea si è rotto il pollicione del piede. L’abbiamo scoperto solo al rientro in Italia.

Una caduta ha distrutto il supporto della sua valigia sinistra, quindi ha dovuto mettere la valigia sulla sella del passeggero, pregiudicando il bilanciamento della moto.

Finalmente siamo arrivati al campo base di Dreki, dove c’è una delle stazioni dei ranger del Parco nazionale del Vatnajökull e c’è anche la possibilità di dormire e campeggiare.

Dopo qualche decina di chilometri (con almeno due guadi) arriviamo al parcheggio di Askja. Stupiti vediamo che c’è molta gente, nessuna moto ma un sacco di auto e arriveranno anche dei pullman 4×4 pieni di turisti. Considerando il posto ci risulta quanto meno bizzarro.

Dal parcheggio parte una sterrata in un altopiano di lava, che bisogna affrontare a piedi. Sono quasi 2 chilometri e mezzo, Andrea ha evidenti difficoltà a deambulare, ma piano piano arriviamo al cratere.

Non credo di essere abbastanza bravo da descrivere questo posto: le foto e i video non rendono l’idea, la bellezza lascia senza fiato, i bordi del cratere si specchiano sul lago cristallino, rendendolo magico.

I crateri sono in realtà due: uno enorme dove volano anche i piper e l’altro più piccolo, con acqua calda e piena di zolfo.

Purtroppo non avevamo il tempo di girare tutto il cratere grande ma non ci siamo lasciati scappare l’occasione di fare il bagno nel cratere piccolo, in un vulcano ancora attivo. Quando mai sarebbe ricapitato?

Ovviamente non avevamo nulla con noi per fare un bagno a nove gradi esterni e 20-21 di temperatura dell’acqua. Come al solito ci siamo arrangiati, facendo il bagno in mutande e poi asciugandoci al sole, fra lo stupore degli altri turisti, che sfoggiavano costumi e asciugamani dignitosi.

Ritornati alle moto, ci siamo fatti da mangiare con il fornello da campo. Nell’andare a prendere l’acqua per la pasta si è distrutto uno dei pochi contenitori d’acqua che avevamo. Non abbiamo dato troppa importanza alla cosa. Di nuovo una pessima idea.

Ripartiamo e ripassando per Dreki ci infiliamo nella parte più sconosciuta e difficile della strada F910.

Oltretutto sono quasi le 14: è tardissimo.

La strada F910 è la strada che congiunge Askja con la strada F26, la più utilizzata e conosciuta per attraversare il deserto.

La strada F910 da Dreki in poi ha delle difficoltà oggettive almeno del trenta per cento in più rispetto a tutte le altre strade affrontate. Per la prima volta, infatti, ci siamo ritrovati in un deserto di sabbia (come quelli africani per intenderci), un paesaggio lunare tra l’enorme ghiacciaio bianco e pieno di acqua del Vatnajökull e l’aridità marziana delle montagne e delle pianure vicino ad Askja.

La guida in queste condizioni, con moto così pesanti, ci impone di andare sopra ai 60-70 km/h solo per galleggiare sulla sabbia. Le tracce delle auto fuoristrada sono per noi impossibili da seguire perché i solchi sono troppo profondi per le nostre moto.

Siamo costretti quindi ad andare leggermente fuori traccia. Il deserto di sabbia dopo qualche chilometro si mischia con qualche pezzo di lava, che ovviamente è da evitare.

Andrea ha il piede rotto e gli stivali da pesce perché per il dolore è partito da Askja direttamente con quelli credendo di trovare un sacco di guadi (cosa che non è successa): in queste condizioni estreme, appoggia la moto a terra più volte.

La sabbia lascia spazio a sempre più alla lava e la strada diventa tortuosa. Io che sono davanti vedo la macchina dei ranger: per paura che ci dicano qualcosa sulle moto a noleggio o sul fatto che siamo andati leggermente fuori dalla traccia delle auto, continuo la mia strada, che diventa sempre più complessa per le curve e la sabbia con sotto la lava.

Ci fermiamo per riprendere fiato e guardare la cartina increduli: l’itinerario che abbiamo appena affrontato è pazzesco.

Abbiamo sete e l’acqua è già finita. Nel mentre arriva il pick-up dei ranger.

E’ una scena che non mi scorderò mai per il resto della mia vita.

Esce dalla macchina dapprima una donna minuta e con l’aria già incazzata (mi ricorda una mia ex) e aggredisce verbalmente Andrea con queste parole: “Sapete dove siete? Sapete dove state andando? Questa è una delle strade più dure di Islanda! Avete una guida? Avete una tenda? Sapete che ci sono dei guadi molto pericolosi in fondo alla strada?

Andrea: “Non ha piovuto da due giorni i guadi dovrebbero essere bassi.”

La ragazza lo guarda con l’aria di chi lo vorrebbe eliminare dalla faccia della terra e gli dice: “Questi fiumi sono glaciali, è caldissimo e fiumi sono in piena.” (Estate 2017 la più calda di sempre in Islanda)

Nel mentre esce dal pick up una ragazza cicciottella in vestito da sera con un milkshake in mano: una scena surreale degna di un film di Sorrentino.

Andrea chiede al ranger: “Quanti km ci sono alla fine della strada?”

Lei: “Non lo so.”

Andrea: “Quanto ci metteresti con il tuo pick up alla fine della strada fino all’F26?

Lei: “10 ore. Chiamateci quando siete alla fine per verificare il livello delle acque. State nella traccia! Arrivederci e buona fortuna!

La sabbia lascia spazio a sempre più alla lava e la strada diventa tortuosa. Io che sono davanti vedo la macchina dei ranger: per paura che ci dicano qualcosa sulle moto a noleggio o sul fatto che siamo andati leggermente fuori dalla traccia delle auto, continuo la mia strada, che diventa sempre più complessa per le curve e la sabbia con sotto la lava.

Ci fermiamo per riprendere fiato e guardare la cartina increduli: l’itinerario che abbiamo appena affrontato è pazzesco.

Abbiamo sete e l’acqua è già finita. Nel mentre arriva il pick-up dei ranger.

E’ una scena che non mi scorderò mai per il resto della mia vita.

Esce dalla macchina dapprima una donna minuta e con l’aria già incazzata (mi ricorda una mia ex) e aggredisce verbalmente Andrea con queste parole: “Sapete dove siete? Sapete dove state andando? Questa è una delle strade più dure di Islanda! Avete una guida? Avete una tenda? Sapete che ci sono dei guadi molto pericolosi in fondo alla strada?

Andrea: “Non ha piovuto da due giorni i guadi dovrebbero essere bassi.”

La ragazza lo guarda con l’aria di chi lo vorrebbe eliminare dalla faccia della terra e gli dice: “Questi fiumi sono glaciali, è caldissimo e fiumi sono in piena.” (Estate 2017 la più calda di sempre in Islanda)

Nel mentre esce dal pick up una ragazza cicciottella in vestito da sera con un milkshake in mano: una scena surreale degna di un film di Sorrentino.

Andrea chiede al ranger: “Quanti km ci sono alla fine della strada?”

Lei: “Non lo so.”

Andrea: “Quanto ci metteresti con il tuo pick up alla fine della strada fino all’F26?

Lei: “10 ore. Chiamateci quando siete alla fine per verificare il livello delle acque. State nella traccia! Arrivederci e buona fortuna!

Momento di panico

Sono le 15, arrivare all’una di notte alla fine della strada non è accettabile, dopo abbiamo un altro pezzo di F26 da fare.

Non abbiamo la tenda, non abbiamo una guida, non abbiamo neanche un GPS, i telefoni non prendono.

Dobbiamo arrivare di giorno ai guadi alla fine della strada, oppure tornare indietro.

Tornare indietro non è contemplato da nessuno dei due: si attiva la modalità mentale Islanda e si va alla fine della strada spediti.

La strada è tosta tra salite e discese, tra roccia di lava tagliente e sabbia. È un miracolo che non abbiamo bucato, con quelle gomme finite.

Qualche errore di valutazione è inevitabile nella fretta di fare presto.

Il primo guado è una liberazione, sappiamo di essere quasi alla fine della strada e beviamo tutta l’acqua possibile dal fiume che scorre direttamente dal ghiacciaio.

Vediamo poi un pick up in mezzo alla pista: è un altro ranger, un donnone a cui chiedo lo stato degli ultimi due guadi. Dice che sono difficili ma non impossibili, riparto a manetta, mi fermo dopo qualche chilometro per aspettare Andrea che arriva dopo molto. Si è fermato a fare una foto con la ranger, estasiato da questa avventura e anche dagli antidolorifici assunti.

Probabilmente grazie a questo gesto amichevole di Andrea abbiamo salva la vita. Infatti la Ranger ci seguirà a distanza fino all’ultimo guado, rivelandosi il nostro angelo custode.

L’ultimo guado della strada F910 è come il mostro alla fine del livello: la corrente è veramente fortissima, il livello dell’acqua è oltre alle ginocchia.

Per fortuna il nostro angelo ci indica la strada e provando e riprovando con il suo pick up trova il punto di attraversamento migliore, ci carica le valigie e ci fa da barriera per la corrente (anche se il pick up è talmente alto che non serve a molto).

Sono le 20 quando arriviamo, dopo un altro guado più facile, sulla F 26.

C’è una specie di rifugio, ci sono altri motociclisti che campeggiano, ce l’abbiamo fatta.

Ci fermiamo a guardare uno di quei pannelli giganti con le piantine per turisti; a un tratto ci arriva dietro con il suo pick up il nostro angelo, la nostra ranger che ci chiede dove siamo diretti.

Abbiamo prenotato un hotel appena fuori dal deserto, la notte più costosa dell’intera vacanza: circa 110 euro a testa.

Increduli le abbiamo chiesto più volte se la distanza che ci aveva indicato fosse giusta, ma dopo l’ennesima volta abbiamo capito che i nostri calcoli erano sbagliati, avevamo ancora cento chilometri da fare (di sterrato) verso Hrauneyjar.

In questi momenti che hai due possibilità: crollare o reagire. Siamo partiti come in prova speciale per l’ennesima volta affrontando il deserto a viso aperto.

Mi ricordo tutte le poche persone che abbiamo incontrato quel giorno da Askja a Hrauneyjar, una di quelle che mi porterò più dentro è una ragazza che camminava al tramonto nel nulla del deserto islandese diretta chissà dove. Ci siamo salutati in quella surreale solitudine.

Il tramonto nel deserto islandese è qualcosa di unico

La luce sparisce verso le 23, abbiamo dovuto fare mezz’ora di guida con solo le luci dei nostri fari.

Arrivati in hotel ci siamo resi conto dello stato delle nostre cose, del nostro abbigliamento, delle moto, delle gomme. Abbiamo aperto i bauli ed era successo di tutto. I sughi per la pasta si erano aperti sporcando con il loro contenuto qualsiasi cosa, un disastro.

Nell’hotel non si poteva entrare con le scarpe e la hall era piena di gente con una certa puzza sotto il naso che consultava i propri Ipad, lasciandosi incuriosire dai nuovi arrivati, sporchi di polvere, fango e pesto.

L’ultima sorpresa della giornata è stata la doccia con acqua fredda. Ma quanto abbiamo vissuto quel giorno!

La luce sparisce verso le 23, abbiamo dovuto fare mezz’ora di guida con solo le luci dei nostri fari.

Il viaggio parte quarta “Il Sud, il lato turistico dell’Islanda”da Hrauneyjar a Reykjavík

Sesto giorno Hrauneyjar a Selijaland 624 km

Per la prima volta dal nostro arrivo, abbiamo radicalmente cambiato il nostro itinerario.La stanchezza sia fisica sia mentale era troppa per affrontare di nuovo delle strade contrassegnate con F. In questo caso avremmo dovuto fare la F208 per portarci a est verso la laguna degli iceberg, la Jökulsárlón Glacier Lagoon.

Decidiamo quindi di andare alla laguna passando per strade più civili, allungando di circa settanta, ottanta chilometri il nostro itinerario.

Scendiamo quindi dalla 26 alla 268, fino ad arrivare alla 1, la strada principale che gira attorno a tutta l’isola, e ci dirigiamo verso est.

La strada è veramente lunga e non possiamo forzare troppo perché in questa strada ci sono controlli di polizia e di velocità.

La laguna è sicuramente un posto magico: Jökulsárlón Glacier Lagoon è incantevole nonostante i tanti turisti, l’occhio non percepisce tutte le sfumature di questo paesaggio.

Non di meno ci è piaciuta molto anche la laguna più piccola a ovest, sconosciuta ai più, con meno gente e meno attrezzature turistiche: Fjallsárlón Iceberg.

Torniamo indietro verso ovest per andare a Reynisfjara beach, la spiaggia nera, dove vivono migliaia di pulcinelle di mare. Incantevole anche questo posto, si può vederlo da varie angolature e noi saliamo anche su un promontorio, sulla Dyrhólaey Viewpoint.

La sera dormiremo in un ostello vicino alla cascata di Seljalandsfoss, dove chiederemo di avere una camera doppia invece che dormire nel dormitorio perché siamo veramente stanchi e poco inclini a essere socievoli.

In Islanda ci sono un sacco di ragazzi che la girano, lavorando magari per qualche periodo, in modo da racimolare il budget per vedere qualche posto in più.

Settimo giorno giorno da Selijaland a Grindavík 305 km

Le cascate di Seljalandsfoss e Gljúfrabúi sono molto belle nonostante la marea di turisti a cui non riusciamo ad abituarci in questo viaggio, visto che nella prima parte eravamo soli.

Proseguiamo il nostro itinerario in moto in Islanda verso Haifoss, una valle stupenda incastonata nel deserto islandese, poco visitata dai turisti, ve la consiglio vivamente.

Per arrivarci c’è una strada sterrata, dove perdo una valigia: il supporto, con tutte le vibrazioni dei giorni precedenti, si è rovinato.

Ci dirigiamo in direzione ovest dopo aver riparato la borsa, ma per un altro problema sempre con le valigie ci fermiamo da un meccanico, 15 minuti di orologio, due rivetti: 46 euro (un’ora di lavoro).

Passiamo dalla graziosa cittadina di Selfoss, diretti al lago di Kleifarvatn. Prima di arrivarci succede forse la cosa più divertente di tutto il viaggio.

Stiamo cercando l’area geotermale di Krýsuvík, il mio road book forse per alcune deviazioni nella ricerca del meccanico è dieci chilometri in ritardo. Mi fermo su un passo carraio a bordo strada, uno di quei passi carrai che attraversano un fosso. Ho la telecamera accesa quando Andrea vede del fumo bianco in lontananza e riprende la marcia facendo cenno di seguirlo. Io devo fare manovra per riprendere la giusta marcia, ma il peso della moto mi porta sempre più vicino al fosso e alla fine la ruota davanti mi cade dentro al fosso. A quel punto finisce la batteria della telecamera. Andrea è già lontano, io salto giù dalla moto e come un soldato che smonta il fucile, comincio a smontare tutte le valigie. Andrea non può avere una mia foto nel fosso.

Arriva un islandese a piedi, mi chiede se voglio aiuto, io dico un: “no, grazie” non troppo convinto. Lui mi risponde: “Good luck”. E se ne va. Ok.

Passano tante macchine ma nessuno che si ferma, tranne una famiglia guarda caso di italiani.

Il marito scende incitato dalla moglie per darmi una mano, io ormai ho il sangue iniettato nelle cornee, vedo il terrore nei suoi occhi quando faccio scendere la moto nel fosso profondo 1 metro e 20 e foderato di erba scivolosa. Ormai è fatta: o la va, oppure Andrea avrà il materiale tanto atteso per prendermi in giro a vita. Accendo la moto, la giro piano piano in salita, apro tutto, metto il peso sulle pedane e, maledetta tecnologia, non ho escluso il controllo trazione; impreco, il connazionale si sta allontanando piano piano preoccupato, tolgo il controllo e do ancora più gas, peso sulle pedane ed esco dal fosso con una manovra strabiliante, visto peso e gomma slick. Niente applausi. Il connazionale saluta timidamente e va via sgommando con la sua auto a noleggio. Nel mentre arriva Andrea: guarda le valigie, mi guarda, gli faccio un cenno indicando il fosso, capisce, impreca.

Dopo aver visitato il lago di Kleifarvatn e lago Krýsuvík, ci siamo diretti verso Grindavik dove abbiamo gustato al Café Bryggjan una zuppa di aragosta, prima di andare alla Blue Lagoon. La Lagina Blu è forse l’attrazione turistica più famosa dell’intera Islanda: un bacino artificiale di lava, dipinta di bianco, dove l’ acqua scaldata dal fenomeno della geotermia regala agli occhi un effetto blu molto cool.

Ottavo giorno giorno da Grindavík a Reykjavík 290 km

Decidiamo di riportare la mia moto al noleggio: la gomma è sulla tela non possiamo continuare così, lasciamo la moto al noleggio e prendiamo solo quella di Andrea. Ma una telefonata di lavoro lo distrae e ci infiliamo nel tunnel sotto al fiordo di Hvalfjörður. Perdiamo un sacco di tempo e ci costa più di dieci euro: dobbiamo andare al Parco nazionale Þingvellir ma non riusciamo ad andare a vedere i Geysir.

Nel parco nazionale di Þingvellir (dalle parole islandesi “Þing”, parlamento, e “vellir”, pianura) si può vedere in superficie la faglia dovuta alla deriva dei continenti, in Islanda è un luogo storico poichè si è riunito il primo parlamento del Mondo.

Sconsolati riportiamo la moto al noleggio, adesso la parte brutta è contare i danni e trattare il prezzo con il noleggiatore.

Il viaggio è finito, il giorno dopo visiteremo Reykjavík a piedi, una grande nostalgia ci pervade, un viaggio emozionante e strabiliante come questo ti segna dentro.

Se siete arrivati fino alla fine di questo articolo non posso fare altro che ringraziarvi dell’attenzione e invitarvi a leggere il mio prossimo articolo sul mio viaggio in Nepal.

Seguitemi su Instagram briscolman_584.

Islanda in moto consigli

È importante affrontare l’avventura islandese con attrezzatura invernale da 0-6 gradi, nonostante le temperature abbastanza miti del periodo estivo, per prevenire vento e essere attrezzati per medie di velocità elevate.

Importante avere la possibilità di cambiare i guanti e gli stivali se bagnati o in alcuni casi, come in fuoristrada, utilizzare guanti da cross per sudare meno.

Utilizzate il casco da strada che è nettamente superiore con il vento. La più veloce moto del mondo è quella a noleggio!

Portarsi il più possibile cibo da casa e noleggiare fornelli da campo.

Abbiate un occhio di riguardo per i supporti borsa: non utilizzate il bauletto ma una borsa morbida.

Se si affronta il deserto, indispensabili stivali da fuoristrada e sarebbe meglio avere una tenda. Nel deserto, visto il fondo (sabbioso misto duro), non sono necessarie gomme estreme ma delle buone gomme da dual sport.

Islanda in Moto Costi e Prezzi

Noi per questa vacanza abbiamo speso tanto in tutto sul 3700 euro, compreso veramente tutto.

Risparmiare di più è possibile solo con la formula Sleeping Bag, le moto costavano 180 euro/giorno e ora sono aumentate sensibilmente.

Ci sono due noleggi moto in Islanda: uno è sensibilmente meno caro ma ha delle moto meno adatte all’off road; una soluzione potrebbe essere spedire la vostra, ma i prezzi non caleranno tanto a meno che non facciate molti più giorni per ammortizzare la spesa.


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